Lothar Matthäus


Lothar Herbert Matthäus (Erlangen, 21 marzo 1961) | Pentavalida

Passa la vita sui campi, dove imparerà a coprire qualsiasi ruolo. Giostra con una ferocia agonistica che in pochi si è visto, e che l'ha portato ben oltre le proprie doti naturali: fino al pallone d'oro, fino a un titolo mondiale - e a giocare, con la Deutsche Fußballnationalmannschaft, nientemeno che 150 partite in vent'anni esatti. "Il miglior avversario che abbia avuto in tutta la mia carriera, credo che basti questo per definirlo" (Diego Armando Maradona).

Vavá

Peito de Aço


Edvaldo Izidio Neto detto Vavá (Recife, 12 XI 1934 – Rio de Janeiro, 19 I 2002) | Pentavalida

"Solitario monumento vivente della squadra più grande tra le grandi, quella che nel '58 stupì e rivoluzionò il mondo del calcio, quella appunto di Didì, Vavà e Pelè. E poi ancora di Garrincha, Zagalo, dei fratelli Santos, del portiere Gilmar e di tutti gli altri campioni. 
Vavà di quella formazione è la concretezza. Non ha il genio di Pelè, non ha la vita disastrata e le serpentine impazzite di Garrincha. O l'intelligenza tattica di Zagalo. Ma non è un campione per caso, come una specie di Ringo Starr dei Beatles, è capitato in mezzo a quei giganti perché era giusto ci capitasse. Gli altri sono baciati dal destino? Gli altri hanno la magia nei piedi? Pazienza, lui va a prendersi la gloria a testate, con i gomiti, con le corse a perdifiato, con la forza della volontà, con il coraggio. Soprattutto con la generosità. 
E' la prosa dentro la poesia. Dà equilibrio. Grazie al suo opportunismo, completa nel modo migliore quello che gli altri creano. Didì inventa azioni perfette e impossibili, lui le conclude buttando la palla in rete. Grande sintonia, dentro e fuori il campo. Non a caso gli amici di Vavà raccontano che abbia iniziato a spegnersi in un pomeriggio di pioggia di un anno fa, quando morì il suo compagno, stroncato da un tumore al fegato.
Vavà, che da alcuni mesi è costretto su una sedia a rotella da un ictus, non vuole mancare al funerale. Fermo, immobile, con gli occhi bassi a piangere la prima parola della poesia che se ne andava. Da quel giorno il suo immancabile sorriso non è più luminoso come prima, perso un tassello, il mosaico non è più bello come prima.
Il sorriso è da subito il suo timbro. Solo sul campo non sorride: si limita a fare gol. Belli e brutti, non importa, ma sono molti quelli che lasciano un segno nella storia del calcio. Il suo nome è tra i marcatori nella finale dei Mondiali del '58 in Svezia. Il giovane Pelè è la stella, ma a rimettere a posto le cose dopo il vantaggio segnato da Liedholm è proprio Vavà. Che poi segna ancora.
Lo stesso fa quattro anni dopo in Cile, dove lascia di nuovo il sigillo sulla finalissima: è suo il 2 a 1 che chiude l'incontro con la Cecoslovacchia (il risultato sarà poi di 3 a 1).
Gol, gol e ancora gol: 10 in due edizioni mondiali, 15 su 25 presenze con la maglia della Nazionale, fuori dalle statistiche quelli realizzati con la sua squadra storica, il Vasco de Gama, e con gli altri club dove ha giocato: Atletico Madrid in Spagna, America in Messico, San Diego negli Usa e sempre in Brasile Palmeiras e Poruguesa.
Finita la carriera rimane nel calcio, sempre un metro indietro, sempre con quella sua facciona da bulldog. Ai Mondiali dell'82 in Spagna è il vice di Tele Santana alla guida della selezione verdeoro. Vede giocare l'Itala e ripensando al suo Brasile commenta sicuro: "Questi non andranno avanti, litigano troppo tra di loro". E' una delle pochissime volte che il suo fiuto lo tradisce.
Ora che se ne va, lo accompagna il saluto del re Pelè: "Noi brasiliani non gli abbiamo attribuito il valore che merita, è il momento di riparare a questo errore. Era un grande, un grandissimo e io adesso sono un po' più solo". In cielo, Vavà stiracchierà un sorriso, un attimo prima di raccogliere un lancio di Didì e fare gol. Perché le poesie non muoiono mai".

Massimo Vincenzi, La Repubblica, 19 gennaio 2002 

Saporiti

Gaitanin


Cayetano Saporiti (Montevideo, 14 gennaio 1887 - 1954) | Leggenda
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Fu il primo arquero della Celeste; ne difese la porta in cinquanta occasioni tra il 1905 e il 1919. Mettendo qualcosa in bacheca, ovviamente. Per dire: c'era lui tra i pali quando, nel 1916, l'Uruguay vinse la prima edizione di quella che sarà la Copa América. Qual è il bello? Il bello è che la manifestazione fu disputata in Argentina, e avviò il lungo ciclo della supremazia uruguayana nel confronto rioplatense. L'anno successivo (1917) il Campeonato si rigiocò a Montevideo. Rivinse la Celeste, e Saporiti concluse imbattuto quel torneo. Aveva poco più di vent'anni.

Gérson

Canhotinha de ouro


Gérson de Oliveira Nunes (Niterói, 11 de janeiro de 1941) | Pentavalida

Mirabolante mancino, fu nel quintetto offensivo del Brasile a Mexico '70. Assente nella lista, compilata nel 2004 da Pelé, dei centoventicinque migliori living players, se la legò al dito: "Rispetto la sua opinione, ma non sono d'accordo. Escludiamo pure Zidane, Platini e Fontaine. Io sarei dietro a undici giocatori francesi? La considero una battuta, uno scherzo" [vedi]. Non aveva torto.